Le fonti genealogiche negli Archivi di Stato

Borgoforte (Mantova), stato civile napoleonico, morti 1807 (AS Mantova).

AS Agrigento, Stato civile, 258, (Nati, 1833).

Archivio di Stato di Avellino, Stato civile, volume 270, Nati, indici decennali, 1876-1885

Liste di leva Castel Goffredo (Mantova), classe 1909 (AS Mantova).

ASNa, Fogli matricolari, classe 1895, inc. 311.

ASNa, Archivi notarili, Notai del XVIII.

Museo casa natale Giacomo Puccini, fondo dell'Anna.

ASLi, Archivio storico del cantiere navale Luigi Orlando di Livorno, anno 1902.

Nell’ambito dell’amministrazione archivistica italiana, gli Archivi di Stato, articolati su base provinciale, rappresentano i più importanti istituti di conservazione e valorizzazione della documentazione pubblica statale. Essi conservano: 1) gli archivi degli Stati italiani pre-unitari; 2) i documenti degli organi, giudiziari ed amministrativi centrali e periferici dello Stato non più occorrenti alle necessità ordinarie del servizio; 3) tutti gli altri archivi e singoli documenti, pubblici e privati, che lo Stato ha in proprietà o ha ricevuto in dono o in deposito, come archivi di famiglie, di imprese, di corporazioni religiose e di enti pubblici non statali .

Presso gli Archivi di Stato sono conservate moltissime fonti, sia pubbliche che private, indispensabili per la ricerca genealogica e per la storia di singole famiglie e persone. Le principali sono:

  • Lo Stato civile con i relativi indici originari, annuali e decennali;
  • La documentazione relativa all’arruolamento e alla carriera militare;
  • Gli archivi notarili;
  • Gli archivi di famiglia e di persona;
  • Fonti nominative e fonti per l’emigrazione

Ultimo aggiornamento: 09/10/2018

Lo Stato civile rappresenta la fonte seriale più utile alle ricerche genealogiche dalla prima metà dell’800 in poi.

Lo Stato civile Napoleonico (SCN)

Fu introdotto in Italia a partire dal 1806, a seguito dell’annessione di molte regioni all’Impero francese e dell’introduzione del Codice civile, e rimase in vigore fino al 1815. La tenuta dello stato civile da parte dei comuni dell’epoca ha prodotto una serie di registri di atti di nascita, di matrimonio e di morte, il cui doppio originale, dopo varie vicende, a seconda dei luoghi e dei tempi, è confluito in genere presso gli Archivi di Stato delle rispettive province. Spesso accanto ai registri sono presenti numerosi allegati o processetti matrimoniali che riportano informazioni interessanti e non reperibili altrove, come la paternità e la maternità, o il consenso al matrimonio dei contraenti, permettendo di risalire alle generazioni precedenti vissute nella seconda metà o alla fine del Settecento.

Stato civile della Restaurazione (SCR)

Dopo la caduta dell’Impero napoleonico, il sistema di registrazioni dello stato civile impiantato sul modello francese fu abolito in quasi tutti gli Stati restaurati. Esso fu mantenuto solo nel Regno delle Due Sicilie, corrispondente all’incirca all’attuale Italia Meridionale, e nel Ducato di Modena e Reggio. In Sicilia, esso fu introdotto nel 1820.

Nel Granducato di Toscana fu realizzato, invece, un sistema misto: con il motuproprio del 18 giugno 1817 fu istituito l’Ufficio dello stato civile, un organo centrale dipendente dalla Segreteria del regio diritto con compiti di coordinamento e vigilanza sull’operato dei parroci e dei cancellieri in materia di stato civile e di gestione dei relativi documenti nel territorio dell’intero Granducato di Toscana. Una copia dei registri compilati dai parroci doveva essere inviato a Firenze presso l’Ufficio dello stato civile. Dopo l’Unità d’Italia l’intero archivio di questo Ufficio confluì nell’Archivio di Stato di Firenze.

Sistema simile fu introdotto nel Regno di Sardegna a partire dal 1837 con l’introduzione del Regolamento per la tenuta dei registri destinati ad accertare lo stato civile annesso alla lettera patente del 20 giugno.

Gran parte di questa documentazione, per sollecitazione di una circolare del procuratore del Re del 19 maggio 1873 e come stabilito dall’art. 20 del Regio Decreto 27 maggio 1875, n. 2252 che stabilisce le regole per l’ordinamento generale degli Archivi di Stato, è stata versata, dopo l’Unità d’Italia, negli Archivi di Stato.

Lo Stato civile italiano (SCI), istituito con R.D. 15 novembre 1865, n. 2602, è in vigore dal 1° gennaio 1866, presso tutti i comuni italiani e prevede la produzione dei registri degli atti di nascita, di cittadinanza, di pubblicazioni di matrimonio, di matrimonio e di morte, sempre redatti in doppio originale, uno dei quali rimane presso il comune stesso, mentre il secondo era inviato, fino al 2001, al Tribunale competente per territorio e successivamente all’Archivio di Stato per la conservazione permanente.

Le registrazioni si riferiscono a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso o fede religiosa, per cui sono più esaurienti della documentazione militare, che riguarda solo i cittadini di sesso maschile, e dei registri parrocchiali, che escludono gli atei, i non battezzati e quanti professano altre confessioni religiose.

I registri sono corredati da indici alfabetici annuali e/o decennali che consentono una più rapida ricerca dei singoli atti.

A partire dal 1875 i nuovi modelli dei registri prevedono una prima e una seconda parte. In quest’ultima sono riportati i cosiddetti Atti diversi: cioé gli atti di stato civile concernenti cittadini italiani residenti in un determinato comune effettuati in altri comuni o di fronte ad altre autorità, essenzialmente trascrizioni di sentenze del Tribunale e atti di stato civile compilati all’estero.

La sottoserie degli Allegati contiene, invece, documenti originali come certificati medici relativi alla nascita o alla morte, nonché una molteplicità di atti relativi alle trascrizioni e alle annotazioni riportate sui registri di stato civile. Questi Allegati sono in originale unico conservato soltanto presso i Tribunali e anch’essi, come il secondo originale di tutti gli altri registri di Stato civile, confluiscono negli Archivi di Stato.

Tra i documenti che gli sposi dovevano presentare per effettuare la promessa di matrimonio è possibile trovare 1) gli estratti di nascita degli sposi; 2) il consenso dei rispettivi genitori dei medesimi, se viventi altrimenti gli estratti dei relativi certificati di morte 3) l’attestato del domicilio e stato libero degli sposi; 4) il certificato della notificazione seguito nei domicili degli sposi.

Fino al 2001, in applicazione del primo libro del Codice civile (r.d. 12 dicembre 1938 n. 1852) , la materia dello stato civile era regolata nell’ordinamento giuridico italiano dal Regio Decreto 9 luglio 1939 n. 1238 “Ordinamento dello stato civile” e la vigilanza sull’applicazione di queste norme era di competenza dell’autorità giudiziaria territorialmente competente.

A seguito del D.P.R. 3 novembre 2000, n. 369, Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile entrato in vigore il 1° aprile 2001 la vigilanza è stata devoluta alle Prefetture, così come presso di esse da allora sono destinati a confluire i secondi originali dei registri.

Ultimo aggiornamento: 09/10/2018

Per condurre una ricerca negli archivi di stato civile, sia presso le sale di studio degli archivi di Stato, sia sul Portale degli Antenati. Gli archivi per la ricerca genealogica, in assenza delle banche dati dei nomi tratte dai registri dello stato civile e consultabili nella sezione “Trova i nomi”, si può ricorrere agli indici originari, organizzati sia in ordine alfabetico che cronologico, realizzati contestualmente alla formazione degli stessi archivi, i quali rappresentano un efficace strumento per identificare e rivenire l’atto di stato civile o le specifiche informazioni che si stanno cercando.

Non sempre purtroppo gli indici costituiscono una organica serie autonoma, né tale serie quando esiste, si presenta ogni volta completa, poiché può capitare che singoli indici annuali siano anteposti o posti in coda ai registri cui si riferiscono. Gli indici riportano per ogni persona il numero di atto e la pagina del registro di stato civile dell’anno di riferimento.

Gli indici dei registri dello stato civile erano già previsti nella legislazione francese che ha introdotto lo stato civile in Italia e, pertanto, possono essere presenti negli archivi dello stato civile napoleonico e in quelli della restaurazione. Ancora nei primi anni del secolo XIX può capitare di trovare indici compilati per nome e non per cognome.

Con lo stato civile unitario gli indici cominciano ad essere compilati in maniera sistematica.La legge stabiliva che i registri si chiudevano alla fine di ogni anno con apposita dichiarazione scritta e sottoscritta immediatamente dopo l’ultimo atto. Dopo il 1° gennaio dell’anno successivo l’ufficiale di stato civile del comune, nella relativa dichiarazione, indicava il numero degli atti iscritti su ciascun registro e ne formava, per entrambe le copie, un indice annuale in ordine alfabetico dei cognomi di coloro cui gli atti si riferiscono (artt. 29 e 30 del R.D. 15 novembre 1865, n. 2602).

Oltre l’indice annuale si compilava ogni decennio l’indice decennale anch’esso in doppio originale. Gli indici dovevano essere compilati “in ordine alfabetico sillabato dai cognomi” (come prescritto dalla circolare ministeriale del 3 agosto 1874) cioè il cognome deve sempre precedere il nome.

Per distinguere gli atti della seconda parte dei registri da quelli della prima, negli indici si apponeva accanto al numero del registro e dell’atto la lettera “S”.

Come si è detto, gli indici annuali e decennali riportano, oltre l’anno, il riferimento al numero dell’atto. Con queste informazioni sé possibile identificare il documento cercato nella serie specifica (registri dei nati, dei matrimoni e dei morti).

Gli atti contenuti nella serie degli Allegati o Processetti matrimoniali (documenti presentati nel caso di matrimonio civile), si recuperano facendo riferimento al numero di atto della promessa di matrimonio congiuntamente all’anno.

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Quasi tutti gli archivi di Stato conservano, benché in varia misura, le Liste di leva, redatte ogni anno su base anagrafica, dai comuni in doppio originale e contenenti l’elenco alfabetico di tutta la popolazione maschile residente in età passibile di visita per leva militare (tra il diciassettesimo e il ventesimo anno di età, secondo le modalità previste dalla legge (per verificare la specifica consistenza documentaria di queste liste in ogni arcivio di Stato vai a “Il territorio e le fonti”). Uno dei due originali rimaneva presso il comune ed uno veniva inviato all’Ufficio di leva esistente nel capoluogo di provincia o di circondario per le ulteriori operazioni di selezione e di arruolamento.

Nel corso di tali operazioni venivano prodotte le Liste di estrazione (elenchi per ordine casuale degli stessi coscritti, ma su base mandamentale) e i Registri sommari delle decisioni del Consiglio di leva, relative alla sorte di ogni singolo coscritto. Accanto ai dati già indicati dal comune per ciascun nominativo, le Liste di leva, e poi quelle di estrazione, contengono i dati rilevati nel corso della visita: livello di alfabetizzazione, professione, caratteri somatici e antropometrici (colore degli occhi e dei capelli, forma del naso, misure della statura e della circonferenza toracica), nonché l’esito della visita stessa: «abile arruolato» in una delle tre categorie previste, «rivedibile» alla leva successiva, «riformato», «renitente».

La leva del Regno d’Italia era regolata della legge n. 1676 del Regno di Sardegna del 1854 (legge La Marmora), estesa al resto dell’Italia a partire dagli anni 1860-1862. Le classi di nascita interessate prendono pertanto inizio, a seconda dei luoghi, dal 1840 al 1842 o più tardi seguendo il processo di unificazione territoriale. Ciò non esclude che si possa risalire anche a classi più antiche in molte aree (oltre ovviamente che nel Regno sardo) nelle quali gli Archivi di Stato conservano anche gli atti di leva dell’ultimo periodo preunitario.

Dopo la riforma del 1911 (ultima la classe 1891) non vennero più prodotte le Liste di estrazione, né i Registri sommari.

Gli originali delle Liste di leva vengono versati agli Archivi di Stato compenti per territorio trascorsi i 70 anni dall’anno della leva.

L’obbligatorietà del servizio, prevista dall’articolo 52 della costituzione della Repubblica Italiana, è stata sospesa dal 1º gennaio 2005, dalla legge 23 agosto 2004, n. 226. I soggetti di sesso maschile appartenenti sino alla classe del 1985 inclusa possono consultare la loro posizione relativa all’adempimento degli obblighi militari presso i Centri documentali militari che dal 30 ottobre 2000 hanno sostituito i vecchi distretti militari istituiti nel 1870.

Ultimo aggiornamento: 09/10/2018

In molti casi, insieme alla documentazione di leva, gli archivi di Stato conservano i Ruoli matricolari compilati dal servizio della matricola dei Distretti militari, che si occupa di tenere la documentazione ufficiale di tutti i servizi resi allo Stato dal singolo militare e di tutti i fatti che ne modificano la posizione, durante il tempo della sua permanenza nei ruoli.

Ogni militare viene univocamente identificato da un numero progressivo, la «matricola», appunto, legato alla classe di arruolamento (che può essere diversa da quella di nascita), al Distretto militare di arruolamento e alla categoria di appartenenza (fin quando questa è esistita).

Per ogni soldato il ruolo riporta in maniera estremamente sintetica tutte le informazioni relative alla sua carriera militare: numero di matricola, corpo, data di arruolamento, gradi, eventuali onorificenze, o sanzioni comminate, o diserzioni. I fogli matricolari possono essere rilegati per ordine di matricola in volumi relativi alle varie classi. In questi volumi annuali vengono inseriti esclusivamente gli arruolati, cioè coloro che hanno effettivamente prestato il servizio militare. Non vi figurano quindi i riformati (giudicati inabili al servizio per motivi di salute), gli esentati (comunemente per motivi familiari), i renitenti (coloro che non si sono presentati alla visita di leva o alla chiamata per l’arruolamento).

I ruoli matricolari dei Distretti militari, corredati da rubriche alfabetiche che costituiscono lo strumento fondamentale per effettuare le ricerche, sono versati all’Archivio di Stato della provincia di pertinenza allo scadere del settantesimo anno dall’immatricolazione; qui sono consultabili nel rispetto delle norme a tutela della riservatezza dei dati personali.

Più complete informazioni rispetto ai ruoli matricolari, che ne costituiscono la sintesi, possono essere reperiti nei fascicoli matricolari dei militari, ugualmente prodotti dai Distretti Militari e solo occasionalmente versati agli archivi di Stato. Essi sono articolati in due sezioni: truppa e sottufficiali e contengono la documentazione ufficiale riguardante il singolo militare.

La Direzione Generale per il Personale Militare (PERSOMIL) custodisce, invece, lo Stato di Servizio degli ufficiali – di tutti i gradi e ruoli – deceduti da oltre dieci anni (venti anni, per i Generali).

Ultimo aggiornamento: 09/10/2018

Gli archivi notarili costituiscono, all’interno degli Archivi di Stato, la vera cerniera tra i documenti degli archivi pubblici (ad es. i processi delle antiche magistrature sono ricchissimi di atti notarili) e quelli privati (gran parte della documentazione degli archivi gentilizi è costituita da atti notarili).

La maggior parte dei protocolli notarili – dal punto di vista diplomatistico tra i più densi di documenti – hanno carattere promiscuo: in un intervallo ristretto di tempo (generalmente l’anno) compaiono una gran varietà di forme contrattuali. La maggior parte dei documenti si riferisce a impegni di natura economica e giuridica (procure, compravendite, locazioni, concessioni etc.), ma vi sono anche molti documenti che concernono l’ambito delle relazioni familiari: emancipazione dei figli, patti matrimoniali, donazioni e testamenti (spesso registrati in appositi volumi). L’importanza per la ricerca genealogica e di storia della famiglia di questo particolare tipo di documentazione è molto rilevante. Infatti in ogni documento notarile esistono precisi riferimenti genealogici almeno per due differenti generazioni: per quella persona cui si riferisce l’atto e per quella del padre di questo soggetto.

Ben maggiore rilevanza genealogica assume, invece, il testamento: atto in cui molto spesso esistono precisi riferimenti a tre, a volte, quattro successive generazioni.

Nel periodo compreso tra i decenni centrali del Cinquecento e la fine del Settecento furono sviluppate in Italia tre diverse strategie di conservazione dei documenti notarili. La prima consistette nell’isitituzione di grandi archivi di concentrazione creati nelle piccole realtà statuali dell’Italia settentrionale (Lucca, Siena e Firenze, Genova, Venezia, Padova) destinate a raccogliere tutto il materiale di natura privata prodotto dai notai. La seconda, attuata in particolare nello Stato pontificio, portò alla creazione di strutture di conservazione praticamente in ogni comunità. La terza strategia, infine, in linea con il modello francese ed attuata in particolare nel Regno di Sardegna e nel Regno delle Due Sicilie fu incentrata sugli studi notarili e quindi sul passaggio degli atti di notaio in notaio.

In età napoleonica il notariato e gli archivi notarili nella penisola italiana furono riorganizzati con l’introduzione della normativa francese: con la legge del 25 ventoso dell’anno XI (16 marzo 1803) e con il regolamento sul notariato nel Regno d’Italia napoleonico del 16 giugno 1806.

Alla frammentazione normativa preunitaria pose fine, nel 1875, la prima legge italiana sull’ordinamento del notariato del 25 luglio 1875, ispirata sostanzialmente, anche per quel che concerne il profilo formativo professionale, alla legislazione preunitaria. A questa legge sarebbe seguita, nel 1879, una legge di modifica e, quindi, un Testo Unico di raccolta destinato ad essere vigente fino alla legge del 1913.

Con il Testo Unico del 25 maggio 1879, n. 4900, gli Uffici di insinuazione (oggi Uffici del registro) furono obbligati a consegnare gli atti notarili all’archivio notarile del rispettivo distretto. Esso prevedeva anche la possibilità di archivi sussidiari in altre città del distretto. Questi archivi furono soppressi dall’art. 9 del R.D. 31 dicembre 1923, n. 3138 e fu permesso il loro funzionamento “soltanto per le operazioni attinenti agli atti, che già vi si trovano depositati”. Pertanto tali archivi al momento, ove esistano ancora, non ricevono più nuovi atti e conservano solo quelli posteriori al centennio.

In occasione della seconda legge notarile unitaria del 16 febbraio 1913, n. 89 il problema della conservazione dei protocolli notarili antichi fu riaffrontato e fu stabilito, con l’art. 96, che in ogni Comune sede di Tribunale fosse istituito un archivio notarile distrettuale. Fu anche data facoltà ai due ministeri implicati, dell’Interno e della Giustizia, di stipulare accordi per il deposito degli atti anteriori al cinquantennio negli Archivi di Stato. Quella che era stata una semplice facoltà divenne un obbligo con la legge del 22 dicembre 1939, n. 2006, che stabilì all’articolo 11 la riunione presso gli Archivi di Stato “degli atti notarili ricevuti dai notari che cessarono dall’esercizio professionale anteriormente al 1 gennaio 1800”.

Un altro significativo cambiamento si registrò con la legge 17 maggio 1952, n. 629, sul “Riordinamento degli archivi notarili”, che, ribadita la dipendenza degli archivi notarili dal Ministero di grazia e giustizia, stabiliva per la consegna dei protocolli agli archivi di Stato un termine non più fisso, cioè legato a una data precisa, ma mobile, consistente in un centennio. La stessa norma fu poi confermata dalla legge archivistica del 1963 (Dpr. 30 settembre 1963, n. 1409).

Gli atti notarile degli ultimi cento anni sono conservati negli Archivi Distrettuali Notarili le cui circoscrizioni coincidono con quelle dei distretti di Corte d’Appello.

Ultimo aggiornamento: 09/10/2018

In Italia, molti archivi di Stato conservano archivi o carte di provenienza privata: gli archivi gentilizi o di famiglia e gli archivi di persona, rappresentano, indubbiamente, una delle risorse più preziose fra le fonti di carattere privato indispensabili per la storia della famiglia e per il genere biografico.

Gli archivi gentilizi sono strettamente legati alla tradizione della nobiltà italiana che, nella diversità delle realtà geopolitiche italiane, in età medievale e moderna, ha avuto, spesso, un ruolo rilevante dal punto di vista politico, sociale ed economico, Ciò si è tradotto nella multiforme varietà documetaria presente degli archivi di famiglia nei quali, oltre, talvolta, a documenti di carattere pubblico, dovuti alle cariche ricoperte dai membri della famiglia, si conservano in genere le serie di documentazione amministrativo-contabile relativa ai propri beni e alle proprie attività economiche, nonché nuclei di carteggi privati, diari, ma anche piante, disegni e album di fotografie.

Negli ultimi decenni del sec. XIX agli archivi familiari si sono affiancati quelli personali, prodotti da pesonalità della politica, della cultura, dell’arte, delle professioni (architetti, ingegneri, giornalisti, avvocati, ecc.), dell’economia (imprenditori, commercianti, ecc.) ma anche, sempre più spesso, da gente comune, protagonista attiva delle vita sociale del proprio tempo. Accanto a carte che testimoniano la vita privata e le relazioni personali dei loro produttori, questi archivi conservano in genere documentazione relativa alle loro attività professionali e alla loro partecipazione alla vita pubblica.

A partire dalla seconda metà del XIX secolo e poi nel corso del XX, numerosi archivi di famiglia e, successivamente anche di persona, sono entrati a far parte del patrimonio documentario degli Archivi di Stato, grazie a donazioni, lasciti ereditari, acquisti o depositi.

La consultazione di questi archivi per quanti sono interessati alla ricostruzione della vita e delle attività dei propri antenati può rivelarsi molto importante, perché in essi si conservano materiali che non solo contengono preziose informazioni sulle persone e le famiglie che le hanno prodotte, ma anche documenti, lettere, fotografie ed altre testimonianze significative su quanti sono stati in relazione con esse, per ragioni personali o di lavoro. Se si hanno indizi che un proprio antenato ha avuto a che fare con una famiglia o una persona il cui archivio è giunto fino a noi vale la pena di cercare nei loro archivi che possono riservare interessanti scoperte.

Si ricorda che molti di questi archivi sono conservati anche in biblioteche pubbliche, istituti culturali, centri di documentazione, università, e, non di rado anche presso privati, siano essi i loro produttori od eredi, diretti ed indiretti. La tutela su tali archivi è esercitata dalle Soprintendenze archivistiche e bibliografiche cui compete anche l’emanazione della dichiarazione di interesse storico particolarmente importante. Ad esse ci si può rivolgere per avere accesso ad essi.

Descrizioni di archivi di famiglia e indicazioni sulla loro localizzazione possono essere reperite online, per quelli conservati negli archivi di Stato, nel Sistema informativa degli archivi di Stato (SIAS) e per quelli custoditi da istituzioni ed enti non statali e da privati, nel Sistema informativo unificato delle soprintendenze archivistiche e bibliografiche (SIUSA) oppure, in entrambi i casi, e nel Sistema archivistico nazionale (SAN).

Ultimo aggiornamento: 09/10/2018

Moltissime istituzioni pubbliche, nell’esercizio delle loro funzioni, hanno raccolto, a partire dall’inizio del Novecento, molteplici informazioni su singole persone sia per ragioni di controllo politico e sociale che per erogare ad essi i servizi garantiti dallo stato sociale (pensioni, indennità, contributi e incentivi economici, assistenza di vario genere). Si tratta ad esempio di uffici quali le Prefetture, Questure, Tribunali o di enti di assistenza e beneficenza, ma anche scuole, ospedali, orfanatrofi ecc.. Nei loro archivi, molti dei quali confluiscono dopo trent’anni negli archivi di Stato competenti per territorio, sono spesso presenti registrazioni varie e, soprattutto, serie di fascicoli nominativi intestati a singole persone, che contengono documentazione di carattere burocratico, ma anche istanze, lettere, documenti personali ecc., che possono rivelarsi utilissimi nella ricostruzione della vita e delle attività dei nostri antenati. Serie di fascicoli dei dipendenti e libri matricola possono anche essere reperiti negli archivi di qualsiasi ufficio pubblico oppure di imprese private, di associazioni ecc.

In alcune di quelle serie è possibile anche rinvenire documentazione che riguarda l’emigrazione verso paesi stranieri e in particolare il continente americano: ad esempio, nei fondi della Questura e Prefettura è possibile recuperare molti fascicoli relativi alle emigrazioni come le richieste di passaporto e i controlli sull’emigrazione clandestina .

Tuttavia non sempre l’emigrazione avveniva secondo le regole disposte dalla legge: notizie fondamentali per i discendenti di emigranti possono essere quelle rinvenute nelle Liste di Leva; la grande emigrazione fu, infatti, una delle cause del fenomeno della renitenza alla leva; infine nei Ruoli o Fogli matricolari è registrato il nulla osta per chi chiedeva il passaporto, a volte, anche con l’indicazione del paese di destinazione.

Molto importanti sono le liste d’imbarco in particolare per i principali porti da cui si partiva durante la Grande Emigrazione Italiana e cioè, Palermo, Napoli e Genova. Purtroppo non sempre è stata conservata la documentazione relativa ai Commissariati che verificavano concretamente il movimento degli emigranti verso altri continenti.

L’Archivio di Stato di Genova ha realizzato una banca dati delle Liste di emigranti tratte dai Registri del fondo Magistrato di sanità per il periodo 1833-1856 interrogabile sul sito del Centro Internazionale Studi Emigrazione Italiana.

Presso l’Archivio di Napoli si conservano poche liste di imbarco recuperate nel fondo Questura di Napoli, Archivio Generale, I serie, per i soli anni 1883-1887. Si conserva, invece, nella sua interezza la sottoserie dei Passaporti, sempre nella Questura di Napoli, Archivio Generale, rilasciati prevalentemente ai cittadini napoletani, dal 1888 al 1932. La relativa banca dati è consultabile presso la sala inventari dell’Archivio di Stato di Napoli.

Queste fonti risultano particolarmente utili ai discendenti di emigrati italiani residenti all’estero. A partire dagli ultimi decenni del Novecento il desiderio di riscoprire le proprie origini è avvertito come un’esigenza forte. Una parte dei circa 80 milioni di oriundi italiani nel mondo a consultare il Portale hanno l’esigenza di ritrovare le radici genealogiche e conoscere quindi la propria storia di famiglia e i motivi che hanno portato la famiglia nei nuovi mondi; riprendere i contatti con i parenti rimasti in Italia e ottenere la cittadinanza italiana e quindi godere dei benefici che derivano da un cittadino della comunità europea. (vedi Richiesta di certificati).

Ultimo aggiornamento: 09/10/2018